L’estinzione della flora

Nicole Sigrisi e Fulvio Piccininno

Chi crede che i mutamenti climatici siano l’unico ostacolo da affrontare per migliorare l’ecosistema terrestre ignora in realtà l’azione dell’uomo, che tende ad avere gli stessi effetti distruttivi. Le piante, come tutti sappiamo, sono un elemento fondamentale della biodiversità: sono le componenti primarie degli habitat di molti ecosistemi, nonché la chiave della stabilità e del necessario equilibrio ambientale del nostro pianeta. Eppure negli ultimi decenni in Italia si è assistito a una serie di eventi che hanno causato lo sfruttamento intensivo del territorio e il rischio d’estinzione di alcune specie vegetali: la frammentazione dei terreni innescata dall’abbandono graduale delle attività tradizionali agro-pastorali, la costruzione di infrastrutture residenziali e per il trasporto. 

Ma quante sono effettivamente le specie che rischiano di scomparire? Partendo dallo studio botanico iniziato nel 1988 da Rafaël Govaerts del Royal Botanic Gardens Kew di Londra, e grazie al lavoro di altri studiosi come Fabrizio Bartolucci e Fabio Conti, oggi sappiamo che nel nostro paese ci sono 8.195 specie di piante diverse. Di queste, 1.708 sono endemiche, ovvero esclusive dell’Italia, che non si possono trovare in alcun altro luogo nel pianeta. Almeno un migliaio di queste piante sono state inserite nella Lista Rossa delle specie in via d’estinzione:  Tahina spectabilis, Zizania texana, Rhizanthella gardneri sono solo tre delle tante specie che rischiano di scomparire a causa del cambiamento climatico. 

Tutto ciò si aggrava se pensiamo al fatto che molti ecosistemi con la più elevata biodiversità al mondo, le così dette zone umide, non vengono trattati come dovrebbero. La campagna One Million Pounds promossa dal Freshwater Habitat Trust inglese ha dimostrato che sono circa 200 le piccole zone umide a rischio per il loro cattivo stato ecologico, sulle quali bisogna intervenire subito con azioni di tutela e riqualificazione. Oltre il 90 % delle zone umide sono scomparse nell’ultimo secolo nella sola Europa. Secondo la Commissione europea, fra il 1950 e il 1985 le perdite maggiori si sono registrate in Francia (67%), Italia (66%), Grecia (63%), Germania (57%) e Olanda (55%).  Dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del ventesimo secolo, in Europa, ne restavano meno della metà, 1.300.000 ettari. Questi dati suggeriscono la necessità di un intervento immediato. Bisogna tutelare questo patrimonio che stima portare con sé circa il 40% della biodiversità presente nel mondo. Il WWF è già all’opera, ma non solo. Attualmente alcune organizzazioni globali tra cui Conservation International, Alliance for Zero Extinction e il Critical Ecosystem Partnership Fund hanno implementato gli sforzi per conservare le diverse zone dell’ecosistema e preservarne la biodiversità. In particolar modo concentrano una larga porzione di risorse in alcune aree chiamate hotspot, regioni di terra caratterizzate da livelli di diversità biologica particolarmente elevati. L’obiettivo è quello di arrestare l’estinzione di massa delle specie che è ora in corso. Ma in che modo operano tutte queste associazioni ambientalistiche? Le azioni più importanti che svolgono sono: preservare la biodiversità delle forme di vita presenti sulla terra, assicurare che l’utilizzo delle risorse naturali rinnovabili sia svolto in maniera sostenibile, promuovere misure che puntino alla riduzione dell’inquinamento. Dunque, sembra che il mondo si stia interessando all’ambiente, affinché si riportino meno danni possibili e non si danneggino gli ecosistemi. Tutto questo sarà sufficiente? Ognuno di noi può dare un contributo per evitare di creare problemi all’ambiente. Come? Un punto di partenza sarebbe l’educazione nelle scuole: insegnare il rispetto e il valore della natura, l’importanza della raccolta differenziata e i danni causati dalle emissioni inquinanti delle aziende. In modo più concerto potremmo: scegliere i prodotti con un marchio di qualità ecologica, le etichette ecologiche europee o nazionali sono certificazioni ufficiali che ne garantiscono la qualità e la sostenibilità; utilizzare prodotti ecologici per la pulizia; favorire l’acquisto di prodotti di stagione e a km 0, il trasporto fa consumare petrolio e aumenta l’effetto serra; ridurre l’utilizzo dell’automobile; chiudi l’acqua del rubinetto mentre ti lavi i denti, spegni la luce quando esci da una stanza.

A tutto questo bisognerebbe aggiungere un impegno attivo della collettività, il saper collaborare per rendere il mondo un posto migliore. Piantiamo semi, fiori e alberi, negli orti o sui balconi; dalle piante estraiamo nutrimento, medicine, tessuti, persino la carta per imballare o scrivere.  La biodiversità è uno dei regali più preziosi della nostra Terra: tanto più è ricco il regno vegetale, quanto più lo siamo noi, uomini e animali. Come afferma Gilles Boeuf in un articolo del Corriere della Sera, “Passiamo finalmente da faber a sapiens, e in fretta!”.

Fonti: lastampa.it, nostrosglobalwarming.it, passioneinverde.edagricole.it, minambiente.it, WWF.it, ansa.it, ilpost.it.

In copertina foto di: Parco Nazionale del Vesuvio

Fonti delle foto: airicerca.org, monaconatureencyclopedia.com, www.llifle.com, commons.wikimedia.org, wanoscg.com

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