Christian Cassano e Cristina Manfredi
Secondo il Living Forests Report, il rapporto del WWF pubblicato nel 2011, ogni anno perdiamo 13 milioni di ettari di foresta. Continuando di questo passo, entro il 2050 scompariranno oltre 230 milioni di ettari di foresta. Un’area più grande delle intere aree forestali di Perù, Repubblica Democratica del Congo e Papua Nuova Guinea messe insieme. Le cause della deforestazione sono diverse, e sono oggi imputabili sia ai Paesi in via di sviluppo che a quelli già industrializzati:
necessità di nuove aree coltivabili, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Il problema è che tali terreni vengono poi acquistati dagli speculatori, che li destinano allo sfruttamento edilizio o minerario.
A livello globale, la principale causa di deforestazione è l’agricoltura in espansione – tra cui l’allevamento commerciale, la produzione di olio di palma e di soia, ma anche l’invasione di attività agricole che tagliano e bruciano le foreste (“Slash and Burn”). Il taglio insostenibile e la raccolta della legna possono contribuire al degrado forestale, o la “morte da mille tagli”, mentre le miniere, l’energia idroelettrica e altri progetti di infrastrutture portano nuove strade che aprono le foreste ai coloni e all’agricoltura.
Le attività agricole oggi occupano il 38% della superficie delle terre emerse (tra coltivazioni e zone di pascolo) e costituiscono l’uso più vasto del suolo realizzato dall’intervento umano.
Inoltre si aggiunge la necessità del legname come combustibile e domanda di legno pregiato. Purtroppo, la continua domanda di legno pregiato non fa che peggiorare il problema, soprattutto nelle foreste tropicali ed equatoriali.
Il tasso di disboscamento è fuori controllo soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo, soprattutto Indonesia (8,4%), Paraguay (9,6%) e Malesia (14,4%) ma spiccano nella top 10 anche stati Europei, quali Portogallo (5,6%), Svezia (6,2%) e Finlandia (6,4%)
In uno studio del 2015, i ricercatori della Ecohealth Alliance, una no-profit di base a New York che tiene traccia delle malattie infettive nel mondo, hanno scoperto che “quasi un’epidemia su tre di malattie nuove ed emergenti è collegata all’utilizzo della terra, come la deforestazione”, secondo quanto ha twittato Peter Daszak, presidente dell’organizzazione.
Nella foresta molti virus convivono con gli animali senza conseguenze perché gli animali sono evoluti insieme a loro. Può capitare, però, che gli uomini ospitino – inconsapevolmente – questi virus nel momento in cui si spingono all’interno di foreste o cambiano habitat forestale.

La foresta amazzonica però non è l’unica vittima dell’irrispettoso comportamento umano nei confronti della natura, l’Australia infatti, da oltre quattro mesi, brucia come un cerino, uccidendo persone e migliaia di animali, carbonizzando antiche foreste e vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di Co2. La situazione non sembra destinata a migliorare nel breve periodo, anzi, la stagione degli incendi è ancora lunga e si prevede che le temperature, che hanno già fatto registrare il massimo storico, continueranno ad aumentare alimentando ulteriormente le fiamme, che potrebbero potenzialmente bruciare fino a 15 milioni di ettari.
Le fiamme hanno distrutto vaste aree boschive che circondano Sydney, tra cui parchi nazionali e aree protette, come le Blue Mountains, che ospitano specie animali e vegetali particolarmente protette.
Dall’inizio degli incendi le fiamme hanno causato 26 vittime accertate.
Il fumo degli incendi, che ha percorso migliaia di chilometri arrivando fino alla Nuova Zelanda, dove la cenere ha ingiallito i ghiacciai (accelerandone così la fusione), e perfino in Sudamerica, ha reso irrespirabile l’aria di molte città australiane. L’antica e peculiare fauna australiana, già alle prese con la deforestazione e le specie alloctone, è stata duramente colpita dagli incendi. La specie simbolo del dramma in corso è il koala.
In Australia, metà delle accensioni sono causate da fulmini, e metà dall’uomo per cause sia colpose che dolose.
Gli incendi più grandi tendono tuttavia a essere causati dai fulmini, perché interessano le aree più remote e disabitate, dove è meno probabile che arrivino le attività umane.

Sitografia: wwf, informazione ambiente, national geographic, sky tg24

Lascia un commento