Gerardo Greco, Alessandro Guerra
Tutti, con la nostra ignavia, abbiamo alterato indirettamente l’ecosistema del polmone verde più grande del nostro pianeta. È proprio così, ormai l’Amazzonia non sembra essere più la stessa. Le cause sono molteplici ma l’essenza del problema risiede negli interventi egoistici dell’uomo racchiusi in un’unica parola che sembra apparentemente innocua, ”l’antropizzazione”. L’Amazzonia essendo una foresta non è coltivabile poiché ospita una flora e una fauna che risentirebbero di ogni intervento umano. Questo non basta a fermare le intenzioni dell’uomo che incurante dell’ambiente punta a beneficiarne economicamente.
Uno dei maggiori fattori della deforestazione è la coltivazione della soia che interessa 1 milione di chilometri quadrati e minaccia gravemente l’ecosistema dell’Amazzonia (negli ultimi dieci anni la produzione è cresciuta del 123%): il 6% della soia prodotta al mondo è destinata direttamente al consumo umano, circa tre quarti vengono invece utilizzati per l’alimentazione animale, precisamente per suini e polli. Secondo l’Ong (Organizzazione non governativa) è necessario che produttori e consumatori collaborino per la creazione di una filiera sostenibile. Produrre soia senza alterare la biodiversità è possibile: lavorare verso un processo di certificazione della soia che preveda la tutela delle aree agricole e delle popolazioni che lì vivono. “Abbiamo urgente bisogno di produrre soia in maniera più responsabile – dice Alessi – o questi ecosistemi naturali di straordinaria importanza potrebbero andare persi per sempre, insieme con l’inestimabile biodiversità che ospitano e i servizi vitali che forniscono. Tutti abbiamo una responsabilità e un ruolo da svolgere nel contribuire a ridurre gli impatti ambientali negativi della produzione di soia.
Un altro problema che affligge l’ecosistema dell’Amazzonia è l’allevamento intensivo: Ogni anno la maggior parte dei cereali e dei semi oleosi prodotti è utilizzata per nutrire 70 miliardi di animali da allevamento. Se si continuerà con questo ritmo il rischio è quello che nel 2050 un quinto delle foreste residue sul pianeta dovrà essere convertito in terreno agricolo per produrre cereali e soia. La maggior parte della soia prodotta è destinata all’esportazione in Europa, ma soprattutto in Cina; un dato preoccupante riguarda proprio noi italiani: l’85% della soia da noi importata è utilizzata per la produzione di mangimi da impiegare nell’allevamento, ciò dimostra dunque il forte collegamento che persiste tra produzione di soia e consumo di carne. Infine come se le coltivazioni incessanti e l’allevamento intensivo non bastassero, assistiamo anche al continuo disboscamento dell’Amazzonia, le cui distruttive conseguenze sembrano suscitare indifferenza nell’attuale presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. Il disboscamento infatti non solo è dannoso per l’ecosistema poiché ciò provoca inevitabilmente rischi per fauna e vegetazione, ma anche per noi dal momento che gli alberi sono il nostro scudo contro l’anidride carbonica e la riduzione di essi incrementerebbe anche il rischio di frane e smottamenti del terreno. Il tasso di deforestazione secondo l’Inpe (Istituto nazionale per la ricerca spaziale) è aumentato nel 2019 del 50%, la superficie rasa al suolo dal disboscamento da gennaio ad agosto 2019 è pari a 5950 km quadrati. L’antropizzazione in Amazzonia purtroppo non può sparire dal nulla e probabilmente non sparirà, infatti con questi ritmi cesserà solo quando sarà troppo tardi per l’ecosistema brasiliano: una scelta saggia da parte del Brasile sarebbe quella di limitare la diffusione di prodotti come l’olio di palma, sospendere la produzione di soia ed eliminare gli allevamenti abusivi presenti nel territorio, dunque di distogliere per un periodo l’interesse del guadagno per dedicarsi alla salute del polmone verde del nostro pianeta.


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