Buco dell’ozono ai minimi ma non sta guarendo

di Francesco Di Venere e Miriam Marseglia

In copertina foto di Deseret News

 Nel 2019 il buco nell’ozono è stato il più piccolo degli ultimi 30 anni. A sostenerlo sono le ultime stime dei ricercatori del Copernicus Atmosphere Monitoring Service (Cams), il progetto implementato dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio (ECMWF) per conto dell’Unione europea. Secondo il Cams l’ampiezza del buco nell’ozono è risultata essere ben al di sotto della metà di quella che viene normalmente osservata in questo periodo dell’anno. Ha infatti raggiunto la superficie minima di 9,3 milioni di chilometri quadrati (meno dell’Europa, Russia compresa, che è di poco più di 10 milioni di chilometri quadrati), mentre nel 2018 era di 22,9 milioni di kmq. (circa come la Russia e l’India insieme). Da alcune osservazioni il buco nell’ozono è risultato anche decentrato e lontano dal polo.

Cos’è l’ozono?

L’ozono è una molecola composta da tre atomi di ossigeno e rappresenta lo schermo che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole, quindi un buco dell’ozono ci espone ai raggi stessi. La comunità scientifica cominciò a parlare del buco nell’ozono negli anni ’70, ’80, quando gli scienziati evidenziarono un assottigliamento dello strato di ozono sopra l’Antartide. 

Perché proprio sopra l’Antartide, uno dei luoghi meno popolati della Terra? Per questioni climatiche e atmosferiche: i venti estivi dell’emisfero australe convogliano i Cfc (prodotti chimici industriali) nell’atmosfera sopra l’Antartico e quelli invernali li bloccano lì, dove oltretutto il ghiaccio e le basse temperature facilitano le interazioni dei Cfc reattivi con gli altri elementi.

Da cosa è provocato il buco dell’ozono?

Il buco dell’ozono iniziò a crescere tra il 1970 e il 1990 come risultato di un’atmosfera inquinata dai prodotti chimici industriali (Cfc), contenenti cloro e bromo, in grado di catalizzare reazioni che distruggono l’ozono, drilasciati dalle attività umane. Da qui prese il via l’azione globale per rgidurre l’impiego dei CFC con il protocollo di Montreal firmato nel 1987, nel quale i governi si impegnavano a prendere provvedimenti per vietare la produzione e l’uso di questi prodotti chimici, arrestando così l’allargamento del buco nell’ozono. Ma, secondo un rapporto del 2018 dell’esaurimento dell’ozono, pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), per un recupero dello strato dell’ozono ai livelli del 1970 bisognerà attendere il 2060. 

Normalmente, il buco nell’ozono in Antartide comincia a formarsi in agosto, raggiungendo la sua massima ampiezza a ottobre, per poi richiudersi a dicembre. Invece l’anno scorso i ricercatori del CAMS hanno osservato che il buco nell’ozono ha cominciato a formarsi con due settimane di anticipo rispetto alle previsioni e agli anni precedenti. Infatti il freddo vortice polare, necessario per la formazione del buco dell’ozono, è stato “meno stabile e più caldo del solito, con conseguente riduzione dell’esaurimento dell’ozono”, spiega Antje Inness CAMS Senior Scientist. Si è inoltre spostato dal polo verso il Sud America per un improvviso riscaldamento della stratosfera, che ha innalzato le temperature fino a oltre 40 gradi rispetto alla norma. La stratosfera è la parte dell’atmosfera che assorbe le radiazioni ultraviolette del Sole perché contiene uno strato di ozono. I raggi ultravioletti, infatti, vengono assorbiti dalle molecole di ozono e non raggiungono la superficie terrestre dove, in grande quantità, sarebbero molto pericolosi per la nostra salute. Il buco dell’ozono consiste nell’assottigliamento della quantità dello strato di ozono.

Buco nell’ozono e cambiamenti climatici

I ricercatori hanno osservato cambiamenti sostanziali nelle precipitazioni, nelle temperature superficiali dei mari e nelle correnti oceaniche dell’emisfero sud così significativi da stravolgere il posizionamento di nutrienti alla base delle catene alimentari, come alghe e krill. Queste modifiche hanno fatto a loro volta migrare pesci, pinguini, cetacei, foche, orsi polari e altri animali, che si sono spostati in zone molto lontane da quelle che frequentavano abitualmente. 

La radiazione solare ultravioletta (UV) supplementare che giunge sulla Terra tramite il buco nell’ozono determina stravolgimenti negli ecosistemi e nei fenomeni meteorologici, oltre ad avere un impatto negativo sulla nostra salute. Inoltre I cambiamenti climatici innescati dai raggi UV possono rallentare la velocità di ripresa del buco dell’ozono, verificatosi già da quando è stato istituito il Protocollo di Montreal.

Dunque il processo di distruzione dell’ozono sopra l’Antartide è stato causato dai raggi ultravioletti. Richard Engelen, ricercatore del CAMS ha affermato: – In questo momento penso che dovremmo vedere questi dati come un’anomalia interessante. Dobbiamo scoprire di più su ciò che l’ha causato – ha però spiegato alla Bbc News – questa anomalia non è realmente correlata a una vittoria del protocollo di Montreal, dove i governi hanno cercato di ridurre il cloro e il bromo nell’atmosfera, perché questi sono ancora lì. È molto più legata ad un evento dinamico. Le persone ovviamente faranno domande relative ai cambiamenti climatici, ma noi semplicemente non possiamo ancora rispondere. –

Buco dell’ozono ai minimi storici dall’82

Gli scienziati dell’Ente Americano per le Ricerche su Atmosfera e Oceani (Noaa) e della Nasa spiegano come le temperature più alte riducano le reazioni fra ozono e i composti che lo distruggono, cioè cloro e bromo.

“È importante riconoscere che ciò che stiamo vedendo quest’anno è dovuto alle temperature stratosferiche più calde” ha affermato Paul Newman, capo scienziato di Scienze della Terra presso il Goddard Space Flight Center della Nasa. 

Il buco dell’ozono non sta guarendo

Il buco dell’ozono osservato in Antartide, comparso ad agosto prima del solito periodo, è altrettanto repentinamente scomparso a inizio novembre, come non è mai stato osservato negli anni precedenti dagli scienziati del CAMS. Il massimo è stato raggiunto l’8 settembre: quel giorno il buco dell’ozono si estendeva per 16.4 milioni di chilometri quadrati (un milione in più di 2 volte l’Australia, che misura 7,7 milioni di chilometri). Tra settembre e ottobre, però, si è ristretto fino a 10 milioni di chilometri quadrati.

Paul Newman, ricercatore del NASA’s Goddard Space Flight Center, la definisce “un’ottima notizia, anche se è bene riconoscere che quello che stiamo vedendo quest’anno è dovuto a temperature stratosferiche più alte. Non è un segno del fatto che il buco dell’ozono stia improvvisamente guarendo”. È dunque un’ottima notizia per l’ozono nell’emisfero australe, ma “non è un segno che l’ozono atmosferico è improvvisamente sulla buona strada per il recupero”. Dunque no, non sta guarendo.

Questa è la terza volta negli ultimi 40 anni in cui le condizioni meteo hanno limitato l’impoverimento dell’ozono. A dirlo è la scienziata Susan Strahan delle Universities Space Research Association che lavora alla NASA Goddard. Lo stesso è avvenuto nel settembre del 1988 e del 2002. -E’ un fenomeno raro che stiamo ancora cercando di capire- aggiunge. -Se il riscaldamento non si fosse verificato, probabilmente staremmo osservando un buco dell’ozono più tipico-. Attualmente non c’è una connessione riconosciuta con queste condizioni meteo-climatiche locali e i cambiamenti del clima. 

Quindi la riduzione del buco dell’ozono è dovuta al riscaldamento globale? Non è proprio così.

 I risultati delle misurazioni della Nasa e del Noaa hanno confermato l’ipotesi che l’aumento delle temperature possano limitare l’esaurimento dell’ozono, che infatti è un inquinante in bassa atmosfera. Va precisato però che come spiegano gli stessi autori “non esiste una connessione identificata tra il verificarsi di questi modelli unici e i cambiamenti climatici”.  Insomma, sostenere che le nostre emissioni «fanno bene alla natura», come sostenuto dai negazionisti riguardo alla CO2, lascia un po’ il tempo che trova.

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